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Lun, Mar

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Una foto che è diventata virale, che solleva l’anima e dà una speranza, che non delude, non solo al Paese più colpito dalla pandemia, ma anche al mondo intero. In un ospedale del Texas, il giorno del Ringraziamento, il 26 novembre, la telecamera ha ripreso un anziano nell’unità di terapia intensiva COVID-19, con la testa sprofondata tra le braccia di un medico che indossava l’equipaggiamento protettivo completo. La persona ammalata, vestita con camice da ospedale, si era alzata dal letto e desiderava uscire dalla stanza. Il medico, che lavorava già da 252 giorni senza interruzione, si è avvicinato e ha chiesto all’uomo perché piangesse. L’uomo ha risposto: “Voglio stare con mia moglie”. Il medico, Joseph Varon, descrivendo il momento in un’intervista, ha detto: “Allora l’ho preso e l’ho tenuto tra le braccia. Mi dispiaceva molto per lui. Mi sentivo molto triste, proprio come lui.” Varon ha continuato: “Alla fine si è sentito meglio e ha smesso di piangere. Non so perché non mi si è “spezzato” il cuore. Le mie infermiere piangono spesso durante la giornata.” Quando gli è stato chiesto come faceva a sopravvivere senza riposo in un ambiente “depressivo” e “simile a una prigione”, Varon ha risposto: “Vivo di adrenalina!”

Scene come queste si possono riscontrare in molti paesi di culture anche diverse. Gesti di eroismo, di compassione, di misericordia, di speranza abbondano su Internet e nei diversi media, mentre navighiamo in questo mare di sofferenza. Anche noi stessi, in un modo o nell’altro, li abbiamo visti e vissuti personalmente, soprattutto quando uno ha vissuto per due volte in quarantena, come “persona soggetta al contagio”, dopo essere stato esposto al virus. La misericordia può manifestarsi anche da chi è stato contagiato, quando deve isolarsi per “paura di contaminare gli altri”, più che aver paura per la propria vita.

Dove ci si può procurare l’“adrenalina”, il necessario “super vaccino”, per dare il meglio di se stesso nei momenti e nei luoghi di sofferenza, per essere una presenza di misericordia e di speranza?

Il mese di dicembre, il mese della lieta speranza e attesa, è anche un tempo di misericordia e di compassione. È un tempo in cui commemoriamo, anche in questa nostra “casa comune” maltrattata, la prima venuta del Verbo fatto carne. Gesù, il nostro Emmanuele, Dio-con-noi e Dio-per-noi, con la sua vita, morte e risurrezione, ci ha donato l’“adrenalina” della misericordia, della compassione, della speranza. Parole consolanti Gesù le ha rivolte alla vedova di Nain: “Non piangere”. Egli, come l’unica fonte di Vita, ha gridato al figlio defunto: “Giovinetto, dico a te, alzati!” La compassione ha commosso il cuore di Gesù per la vedova e, per misericordia, ha resuscitato il giovinetto deceduto! Con la sua vita e il suo esempio, Gesù continua ad essere la Via in ogni tempo e spazio. San Francesco, ad esempio, ha avuto il coraggio di abbracciare Cristo nella persona del lebbroso. Invece Santa Teresa di Calcutta ha visto e si è preso cura di Gesù nei “più poveri tra i poveri”.

Come l’anziano, anche molti di noi, in questo tempo pieno di dolore, hanno un desiderio profondo di stare con persone care. Il desiderio di “vedere la mia mamma malata”, il desiderio di “stare a casa per seppellire i miei due fratelli”, il desiderio di “visitare il mio amico che è malato di virus”. Ma con l’attuale demone invisibile, che continua a devastare l’umanità, dobbiamo mettere da parte e non poter realizzare molti dei nostri desideri che ci legano alla famiglia umana. Il dott. Varon aveva anche un messaggio per le persone che non stanno prendendo precauzioni durante la pandemia. “La gente è là fuori nei bar, nei ristoranti, nei centri commerciali. È pazzesco! Le persone non ascoltano e poi finiscono nella mia terapia intensiva. Quello che le persone devono sapere è che non voglio doverle abbracciare. Devono fare le cose di base: mantenere le distanze sociali, indossare le mascherine, lavarsi le mani ed evitare di andare in luoghi dove ci sono molte persone. Se le persone lo facessero, gli operatori sanitari come me potrebbero, si spera, riposare”.

Sono consigli che salvano e che dobbiamo seguire. Tuttavia, sappiamo che gli abbracci e i baci virtuali non possono sostituire l’incontro personale. Questo Natale 2020 sarà senz’altro diverso, ma non essere vissuto come un Venerdì Santo, bensì con uno sguardo illuminato dalla luce della Pasqua. Possa la nostra fede continuare ad aumentare in Colui che, spogliandosi, pur essendo di natura divina, è diventato come noi, così che possiamo “sentire”, “vedere”, “guardare”, “toccare” ogni persona, quelle accanto a noi e quelle lontane. Gesù, credo, nei suoi diversi e misteriosi modi, non rimane inoperoso finché non potremo sentire il suo abbraccio caloroso, non solo in questo Natale, ma anche durante i nostri momenti vulnerabili di tutto l’anno. Guardiamo con ardente desiderio il suo avvento nella nostra vita personale, in modo che sollevandoci dalla polvere del nostro egoismo e sterilizzati dal virus dell’indifferenza, possiamo avere la grazia di “abbracciare” coloro che ci circondano. Possa dunque la nostra preghiera, in questo tempo di speranza e di luce, ripetere “Maranà thà”, per rinascere veramente da un cuore umiliato e contrito.

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