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Mon, Mar

Grazie ai buoni uffici del lodigiano paolino don Roberto Ponti, conosco, seppure tra telefonate WhatsApp e messaggi, don Mariusz Krawiec, della stessa congregazione paolina, sacerdote di origine polacca missionario in Ucraina, dove da qualche mese spirano temibili, insidiosi venti di guerra.

Ci parliamo sul principio di fiducia, non conoscendoci, ma con quella sensazione che il colloquio ci renda amici e che difficilmente, d’ora in avanti, ci perderemo di vista. Don Mariusz sembra avere nella “z” finale del suo nome qualcosa che rende netto, determinato ogni suo discorso: tutti i suoi ragionamenti portano ad una sua conclusione, ogni affermazione, per essere vera, dev’essere suffragata da fatti concreti, soprattutto certi.

 

Don Mariusz, come polacco, dimmi sinceramente quanto Papa Wojtyla abbia influenzato la tua scelta vocazionale?

«È una domanda che richiede una risposta complessa: sicuramente Giovanni Paolo II ha esercitato un’evidente influenza sulla mia generazione; io ho 50 anni e sono prete dal 2001, quando lui veniva in visita nella nostra Polonia c’era una grandissima partecipazione. Ma la vocazione non dipende solo dalle persone. Nel mio percorso sono rimasto colpito dal carisma dei paolini: il linguaggio e la comunicazione come forme di relazione mi hanno portato a credere che quella potesse essere la dimensione missionaria della mia esistenza, nel più ampio solco dell’amore per Cristo».

E come la stai vivendo oggi questa esperienza?

«Mi sembra di cogliere una costante nel mio percorso: infatti, mi sono trovato a vivere in Paesi dove il numero dei cattolici era minimo rispetto ad altre fedi o comunque in forte diminuzione: prima in Germania, precisamente a Monaco di Baviera, e dal 2014 in Ucraina. Essere minoranza ha un valore profondo nel testimoniare il proprio credo. Il futuro è nelle mani di Dio, ma io sento la sua benedizione su di me e opero serenamente».

Perché l’Assemblea regionale polacca della San Paolo ha deciso di inviarti in Ucraina? Qual è stata la scelta?

«Abbiamo pensato che fosse giusto aprire una finestra sul mondo, e scelto questo Paese vicino, eppure tanto diverso dal nostro, fortemente dominato nel passato dall’ex Unione Sovietica: una dominazione che ha lasciato, ancora oggi, evi- denti segni».

In che città operate?

«Inizialmente, con un confratello, abbiamo guardato a Leopoli, per la sua magnifica storia, città che dista poco più di 100 chilometri dal confine polacco: una realtà multi- culturale, che nel passato più remoto faceva ancora parte della Polonia, poi divenne una città dell’impero astro ungarico, dal 1945 sotto la dominazione dell’Unione Sovietica, e con l’indipendenza del 1991 appartenente all’Ucraina. Abbiamo ritenuto che fosse la realtà giusta per cominciare il nostro percorso missionario».

Come sono stati gli inizi?

«Ricordo che fummo accolti dall’arcivescovo Mieczyslaw Mokrzycki, che ci ha incoraggiati a valorizzare la nostra presenza seguendo il nostro carisma; così, una volta ambientati, abbiamo inaugurato una libreria cattolica; siamo una piccola minoranza, rispetto ai credenti di rito greco-cattolico, e la nostra iniziativa è stata come un seme nuovo».

In cosa si manifesta la diversità?

«A volte nelle sfumature. Potrei dirti la cosa più ovvia: la festa del Natale, che i cristiani della tradizione bizantina festeggiano due settimane dopo. Non è solo un fatto di calendario, o di comprare l’abete natalizio solo a Capodanno. Ma un modo differente di vivere la cultura religiosa, un vero confine, uno spartiacque di differenze sottili e complesse. Non sempre il dialogo è facile».

Vi sono contrasti?

«No, qui la religione è considerata un fatto privato, ma è difficile parlare di relazione. Si stanno radicando altre presenze religiose, non interessate al dialogo: ci sono i Testimoni di Geova, arrivati una volta finito il comunismo, e si stanno diffondendo le chiese pentecostali. Il vero problema è l’ateismo. Perché, anche se il 58% della popolazione è ortodossa, quindi battezzata, non vi è molta pratica religiosa. Ho visitato la città di Zaporozhye, vicino al confine con la guerra, una realtà di quasi un milione di abitanti, e sino agli inizi degli anni Novanta qui non vi era neppure una chiesa: i residenti non hanno incontrato il Signore per lungo tempo, crescendo con una cultura radicalmente atea».

Un muro difficile da scalfire?

«Molto, perché la gente è presa da altre preoccupazioni, che portano a forme di solitudine ed isolamento. Penso che un grande ostacolo sia creato dai segnali di guerra che spirano in Ucraina da anni, dovuti all’ingerenza della Russia. Nel 2014 vi fu la crisi per la penisola della Crimea, che non si riconobbe nello Stato ucraino e che fu dunque occupata militarmente dalla Russia. Poi, i conflitti in un’altra regione, nella zona orientale, a Donbass, dove forze separatiste sono sempre state sostenute dal governo di Putin. Forse le conseguenze di questi conflitti non sono note, ma ogni guerra causa vittime, ed io penso che il numero ufficiale sia sottostimato, nonché le condizioni di estrema povertà».

Scoppierà una nuova guerra internazionale?

«Mi auguro di no, ma penso sia necessario che l’Ucraina esprima in ogni settore la forza di una vera indipendenza. Sai che qui la lingua russa è ancora molto diffusa? Mentre questo Paese ha diritto alla sua autonomia linguistica. Oggi nelle Università molti testi sono ancora in russo, e gli studenti sono costretti a usare ancora questa lingua».

Sbaglio o ti stai arrabbiando, don Mariusz?

«Il problema della lingua coinvolge anche le attività di noi paolini: il linguaggio religioso si sta sviluppando. Fino al 1991 non si stampavano i testi religiosi in lingua ucraina, che nell’impero sovietico era infatti vietato. Oggi non vi sono biblisti in grado di effettuare traduzioni fedeli con la lingua di questo Paese».

Chi è cattolico, come esprime la propria fede?

«Timidamente. Si risente delle scelte imposte dal Cremlino: l’Unione Sovietica era un Paese che imponeva l’obbligo della chiusura delle chiese. A Leopoli, c’erano soltanto il duomo aperto, ma con orari limitati, e una piccola chiesa parrocchiale. In molti posti i cattolici celebravano le Messe nelle cappelle dei cimiteri. La Chiesa con rito greco-cattolico era stata vietata. I fedeli vivevano in maniera nascosta, mentre i servizi segreti arrestavano i preti, e non vi era più alcun vescovo cattolico. Solo negli anni ’60 vi fu l’ordinazione di un vescovo in modo nascosto. Ancora nel 1991 vi erano soltanto 8 sacerdoti nella nostra diocesi».

E tutto ciò cosa ha comportato?

«Un decadimento non solo nella fede, ma anche negli altri valori: finito il comunismo vi è stato il sopravvento della corruzione; non c’è stato un passaggio dal totalitarismo alla democrazia, ma dal comunismo all’oligarchia: il potere si è consolidato con le politiche clientelari. In un primo periodo tutto è stato difficile: la mia auto con targa polacca veniva fermata e mi contestavano qualunque infrazione, inventate di sana pianta. Ero straniero, dovevo pagare. Poi sono stati cambiati i vertici della polizia e questo fenomeno vessatorio è finito».

Oltre il rischio della guerra, quali sono gli altri problemi in Ucraina?

«Questo è un Paese in via di sviluppo, sia per l’economia che per le strutture politiche e sociali, dunque le problematiche sono molte; ad indicarne una importante, direi l’emigrazione: almeno quattro milioni di ucraini sono in Polonia, moltissimi sono espatriati in Italia, Spagna, Portogallo. È un fenomeno socialmente inquietante: le donne sono andate altrove per lavoro, lasciando i figli ai nonni, e le famiglie si sono disgregate».

Sei contento di quanto sinora realizzato dalla tua comunità paolina?

«La nostra libreria cresce, adesso abbiamo 80 libri pubblicati, e l’arcivescovo ci ha affidato la conduzione di una trasmissione in una radio privata. Ora in Ucraina siamo in tre: due fratelli paolini e io. Da qualche tempo abbiamo una libreria anche nella capitale di Kiev, ubicata al Duomo. Poi personalmente faccio il corrispondente per Radio Vaticana ed insegno Comunicazione nell’Istituto di Teologia. Ciascuna di queste nostre attività è rivolta ad offrire un segno di speranza al popolo ucraino. In tanti mi chiedono, se davvero scoppiasse la guerra, come mi regolerei. Ebbene, io resterei qui. Perché questa oramai è la mia gente. Troppo facile andare in missione e poi voltare le spalle alle prime difficoltà. Penso che la testimonianza della nostra fede abbia un senso nella presenza».

 

* Intervista a Don Mariusz Krawiec, sacerdote paolino e missionario nell’Ucraina, concessa a Eugenio Lombardo, “Il Citadino di Lodi”, il 12 febbraio 2022.

 

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