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“Vae soli”: “Guai a chi è solo!” (Qo 4,10). Le parole di Qohelet rimandano a chi si trova solo di fronte ai problemi, in modo particolare a quello fondamentale che è la riuscita della propria vita. Accanto al deficit di vita fraterna in comunità, di cui parlai nel precedente articoletto, un altro importante deficit che sta, secondo me, alla base di tanti abbandoni di giovani professi è la mancanza di accompagnamento.

Per rispondere alla grande sfida di dare continuità al nostro attualissimo e, al tempo stesso, difficile carisma è fondamentale formare bene coloro che dovranno essere i protagonisti della Congregazione. Il necessario spirito paolino che diventa “stile di vita”, modo di essere, non può essere solo qualcosa che si impara nei libri, nei corsi di specializzazione, ma deve essere uno spirito che si contagia nella convivenza, con il contatto della vita in comune. E siccome nelle comunità le esperienze sono molto diversificate, e non sempre edificanti, è necessaria la figura di una guida che aiuti a “discernere gli spiriti”, nel linguaggio di san Paolo. San Bernardo sentenziava: “Chi si costituisce maestro di sé stesso si fa discepolo di uno sciocco”. Infatti, nessuno è buon giudice in causa propria anche presupponendo la sincerità e la buona fede.

Dalla mia esperienza, nella pratica, sovente si abbandona alla loro sorte i giovani professi, soprattutto dopo la professione perpetua o l’ordinazione sacerdotale, prima che la loro preziosa vocazione abbia acquistato la solidità necessaria per rispondere a tante sfide, a tante situazioni, a tante tentazioni che trovano fuori e dentro delle nostre comunità. Più o meno consapevolmente, hanno bisogno di qualcuno che sia per loro sostegno, modello, punto di riferimento. Era questo il compito svolto dagli antichi Padri del deserto: il discepolo viveva vicino al suo maestro; osservare il giovane, vedere dal vivo, rompe illusioni che si potrebbero creare al riguardo, porta a una conoscenza vera. D’altra parte il giovane raramente si esprime in modo adeguato, sia per mancanza di discernimento sia, a volte, per mancanza di lealtà.

Come in tante altre cose, il beato Giacomo Alberione vide profeticamente questo compito personificato nella figura del “maestro”, sull’esempio del Maestro Gesù, che “si è fatto tale… come modello dei giovani nell’obbedienza e nel progresso completo; come vita con virtù e sacrifici continuati acquistando le grazie per tale età; come verità elevando l’educazione” (cfr. DF n. 113). L’accompagnatore spirituale è un fratello che aiuta a discernere l’azione dello Spirito e a rispondervi in pienezza, per compiere un cammino di piena maturità cristiana. Come insegna la tradizione dei santi, è il “collaboratore di Dio” (1Cor 3,9) in ogni cammino di santità e di perseveranza.

Non è facile per il maestro svolgere la sua missione se deve essere allo stesso tempo responsabile diretto della disciplina di gruppo: ecco il compito del tradizionale “assistente”. È anche vero che non sempre il giovane si sente completamente a suo agio davanti a un Maestro concreto, e che può trovare invece questa confidenza in un’altra persona. Ma non è l’ideale, tanto meno se questa persona è esterna alla Congregazione. Cercare fuori della Congregazione, salvo casi eccezionali, significa evadere il vero obbiettivo dell’accompagnatore – modello che guida con la parola, e soprattutto con la testimonianza di vita e dalla conoscenza reale della vita dell’accompagnato – con il rischio di disturbare il formando, nella pretesa di guidarlo semplicemente con incontri più o meno sporadici. Invece, l’incontro con un buon maestro è talvolta lo stimolo necessario per provocare il viaggio dell’interiorità. Quando un discepolo ha veramente penetrato la sua dimensione profonda, anche in sua assenza, gli appare sempre la presenza del maestro spirituale.

L’importanza e la serietà del compito fa pensare a una figura troppo alta, a una persona eccezionale ed esperta. È vero. Ma teniamo conto di ciò che affermava mons. Rodríguez Carballo nel 2° Seminario sulla Formazione: “Per esperti non si intende coloro che hanno molti titoli di studio... I titoli vanno bene ma non fanno un formatore; potrà essere maestro ma non formatore. Quindi ripeto l’importanza della testimonianza del formatore, che deve essere ben centrato carismaticamente”.

Piuttosto fa pensare alla grave responsabilità della scelta di queste persone che dovranno “farsi veicolo”, come diceva Don Alberione del Maestro divino: dovranno essere via, verità e vita di tutti, ma in primo luogo di coloro che gli sono stati affidati.