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Jeu, Déc

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«Citius, altius, fortius – communiter» (=più veloce, più alto, più forte – insieme).

Questa è una frase familiare durante le Olimpiadi da decenni. È il motto olimpico in latino, del resto. La frase originariamente contiene solo tre parole. Quest’anno alle Olimpiadi di Tokyo si è aggiunto “communiter”. Questa mi è sembrata un’aggiunta appropriata perché si armonizza con espressioni simili che spesso ascoltiamo e usiamo nei documenti papali, ecclesiali e congregazionali. “Communiter” risuona con “sinodalità”, “camminare insieme”, “fraternità”, “collaborazione”, “comunità”, “universalità”, “interculturalità”. Applicato sia nello sport che nella vita in comune (religiosa, civile, sociale, politica, economica), vibra di “unità nella diversità” che rispetta l’individualità e l’unicità degli individui, indipendentemente dal colore, dal credo, dalla cultura, dallo stato sociale e dall’età della persona. La parola indica anche la nostra realtà di essere “nella stessa barca” in questi tempi incerti della pandemia. “Communiter”, riguardo alla nostra missione di «artigiani di comunione», ci sfida a vivere in armonia nella comunità e a compiere la nostra missione di “comunità”, che può estendersi anche alla cura della «casa comune».

Le parole «citius, altius, fortius» hanno un grande valore motivante soprattutto per gli atleti delle Olimpiadi. Tradurre in azione questo motto ha, infatti, affascinato milioni di spettatori in tutto il mondo anche se, a differenza delle passate Olimpiadi, il «più grande spettacolo del mondo», è stato più virtuale che di persona a causa della pandemia ancora in corso. Guardando le gare, siamo affascinati da come queste parole vengono trasformate dagli atleti in eccellenza fisica, dando il massimo per vincere una medaglia. Uno che ha vinto una medaglia d’argento ha detto: «Rappresenta la mia vita». Un altro vincitore della medaglia d’oro è stato pungolato dal suo motto: «Se insisti, conquisti». Un aspirante vincitore dichiara: «Voglio raggiungere il top assoluto». Infine: «Voglio essere la migliore versione di me stessa possibile».

Il motto olimpico continua a confezionare risultati elettrizzanti per chi ha vinto, e anche per chi non ha vinto. I risultati sono arrivati ​​dopo molti anni di totale dedizione allo sport prescelto dagli olimpionici, alcuni dei quali hanno già partecipato a due o più Olimpiadi. Alcuni hanno già vinto due o tre medaglie d’oro. In questo frangente della loro vita, l’allenamento è una professione a tempo pieno, che fa riordinare le priorità della loro vita, anche lasciando i propri cari, i luoghi familiari e subendo ogni tipo di difficoltà e privazioni. In altre parole, è una vita di sacrifici indicibili. Un’atleta, dopo aver ottenuto il primo oro per il suo Paese dopo quasi un secolo di partecipazione alle Olimpiadi, ha pianto di gioia e allo stesso tempo ha confessato: «Mi sono mancati tanto la mia famiglia, i miei amici, le mie zone di comfort per un anno. Volevo smettere!».

Le Olimpiadi 2020 di Tokyo, rinviate di un anno a causa dell’emergenza sanitaria, hanno risvegliato in me anche il suo lato trascendente al di là della banale vetrina di «citius, altius, fortius». Con questo pensiero ricordo subito il nostro Padre San Paolo. Era un “olimpionico” di qualche tipo? Se gli atleti olimpici sono impegnati in una rigorosa “formazione” per vincere una corona di metallo deperibile, San Paolo è una straordinaria fonte di ispirazione per gli atleti che mirano a una «corona che non perisce mai».

San Paolo sicuramente conosceva gli antichi giochi di Olimpia, in Grecia, infatti paragona la sequela di Cristo a una corsa. Queste parole suonano come un “Iter formativo” atletico: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1Cor 9,24-27). Qui rivela la sua motivazione per la “corsa”: «Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14).

Se San Paolo si è fatto “forma” per noi per essere “San Paolo vivente oggi”, allora noi Paolini dovremmo essere “Olimpici” per Cristo Maestro. Il raggiungimento dell’obiettivo passa attraverso il processo di “cristificazione” correndo sulle “quattro ruote”. E per questo spazio limitato, vorrei considerare solo l’aspetto della nostra missione, come apostoli-comunicatori nell’odierna cultura della comunicazione. Questa è una ruota della nostra vita paolina dove possiamo “allenarci”, “sforzarci” per il resto della nostra vita verso il traguardo, non necessariamente a tempo di record. Perché il tempismo è di Dio, non nostro. Ciò che ci viene chiesto è la perseveranza e la gioiosa collaborazione con la grazia di Dio, non per azioni individuali ma insieme ad altri, a partire dall’interno della nostra comunità.

Riguardo alla nostra missione, nello spirito di “communiter”, il nostro Beato Fondatore ci ricorda che «tutti sono tenuti e tutti possono in qualche forma esercitare l’apostolato … Il vero apostolato è un donarsi, in opposizione al­l’egoismo, all’interesse, alla vana gloria, alla scioc­ca voglia di emergere. L’apostolato quindi suppone lo spirito di sacrificio; sacrificio di denaro, di tempo, di salute, di stima. Esso include delusioni, critiche, opposizioni, spesso anche da parte di chi meno si attenderebbero: forse anche dalle persone di cui si cerca la salute eterna, o che ricevettero benefici» (CISP, 560). Con coraggio apostolico, però, il Paolino deve affrontare «le difficoltà, gli insuccessi, le fatiche … pronto sempre ad affermare con l’Apostolo delle genti: «Che cosa mi potrà separare dalla carità di Cristo?”» (AE, 394). Amare Gesù, infatti, aiuta a portare con gioia il carico di «stanchezze, gli scoraggiamenti, le delusioni» dell’apostolato (HM I, 1941, 82).

Mentre gli sport individuali ottengono più attenzione e gratificazione, noi Paolini dovremmo preferire gli sport di squadra come paradigma da seguire per realizzare la missione. La corsa in sinergia delle quattro ruote del carro paolino è espressione vitale del “communiter”, se si vuole arrivare al traguardo senza finire sui binari. E il Beato Alberione insisterebbe su questo per noi ancora oggi come motivazione soggiacente al compimento della missione: «operare per la gloria di Dio e il bene delle anime» per cui ci guadagniamo la «corona di gloria che non perisce», la «vita abbondante», la «vita eterna». Figli della stessa forma paterna, tanto vale affermare con san Paolo in prossimità del traguardo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2Tm 4,7-8).